Diario di una penna (Elisa R.)

Venerdì 11 ottobre, 22:47.

Caro diario,

finalmente trovo un momento per scriverti. Infatti, da quando la scuola è iniziata, la mia padrona, o meglio, la mia proprietaria, mi usa senza sosta e io, povera penna, sono costretta a scrivere e scrivere, facendomi venire terribili crampi e penna_stilografica_2finendo una cartuccia dopo l’altra. Ti riassumo brevemente la mia giornata: il mattino, chiusa in un astuccio e stretta da un elastico all’altezza dell’impugnatura, compio un lungo viaggio verso la scuola, prima a piedi, verso la fermata del pullman, dove sono spesso sbattuta su e giù perché la mia proprietaria corre, poi in pullman. Lei, infatti, fa tutto con estrema calma e solo quando si accorge che il pullman parte fra cinque minuti e lei deve ancora lavarsi i denti, mettersi scarpe e giacca,  nutrire quella povera bestia che è il suo coniglio, inizia ad accelerare i tempi. Sfortunatamente non è mai stata lasciata a piedi e se un giorno capitasse imparerebbe finalmente la lezione.

Poi prende il pullman e circa mezz’ora dopo ne scende: qui ho diritto a sentire di tutto, dalle prese in giro ai complimenti. Questo è l’ultimo mio momento di riposo prima della dura giornata lavorativa.

Entra in classe e disfa la cartella. I suoi compagni approfittano dell’ultimo momento di tregua: vanno in bagno, chiacchierano… Poi arriva il professore e a questo punto inizia realmente il mio lavoro. Mi impugna al solito posto, così forte che se fossi un essere umano avrei già vomitato parecchie volte. E poi scrive, scrive, scrive… Mi sono davvero stufata di essere la penna di una, come la definiscono i compagni, secchiona. Prende appunti su tutto, cancella ogni minimo sbaglio, riscrive… Mi ha proprio stufata con la sua precisione! Finalmente arriva l’intervallo e questo è l’unico momento in cui posso parlare con le mie amiche penne, quelle dei suoi compagni, le uniche in grado di capirmi. Poi arrivano la refezione ed il pullman per il rientro a casa. In questi momenti cerco di riposarmi più tempo possibile perché, arrivata a casa, sono costretta a riprendere il lavoro, quello che lei chiama “compiti a casa”. Il pomeriggio non passa più: fa i compiti per il giorno successivo, per due giorni dopo, per il giorno dopo ancora… Continuerebbe per ore se non ci fosse quel richiamo che io chiamo “Il grido della libertà”: sua mamma che annuncia che è pronta la cena. Qui finisce il mio lavoro quotidiano e posso finalmente riposarmi o, come oggi, comunicarti i miei problemi, le ingiustizie della vita, il fatto che noi penne siamo così sfortunate. Chissà perché: forse il destino ci ha scelte per scatenare le sue disgrazie su di noi, forse, in passato, le nostre antenate hanno commesso qualche peccato… Probabilmente non lo sapremo mai.

A presto, Penna.

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